Apertura agli anglicani: Benedetto XVI inventa l’ecumenismo di ragione

1In una tribuna pubblicata da Le Monde il 28 ottobre 2009, il teologo svizzero Hans Küng ha violentemente attaccato l’apertura di Benedetto XVI verso gli anglicani favorevoli a Roma. L’argomento principale di Küng è di ordine pratico: “Si parla di mezzo-milione di anglicani e da venti a trenta vescovi. Che ne è dei restanti 76 milioni? .” In parole chiare, l’accoglienza di alcuni battaglioni di conservatori, comprometterebbe l’avvicinamento con la massa dei fedeli anglicani. Da parte di un eminente universitario, vecchio collega ed amico di Josef Ratzinger, si sarebbe potuto sognare un’argomentazione più elevata. Ma poiché Hans Küng attacca sul campo politico, non è vietato rispondergli qui.
 
L’articolo pubblicato da Le Monde si intitola “La politica del papa verso gli anglicani è un vero dramma! ” Si tratta di una condanna vigorosa della politica vaticana, suscettibile di confondere durevolmente Roma e Canterbury. La rottura duratura, forse irreversibile, non viene piuttosto dalla fuga in avanti anglicana che con l’ordinazione delle donne e degli omosessuali ha compromesso la speranza di una comunione rinnovata? 
 
2Del resto, l’argomento quantitativo di Hans Küng è discutibile perché l’anglicanesimo comprende una proporzione sempre più grande di fedeli generati dalle vecchie colonie britanniche, particolarmente in Africa o in Oceania. Molti di questi anglicani del sud si sono mobilitati contro l’indebolimento morale della Church of England al punto di boicottare, nel 2008, la conferenza di Lambeth, sinodo decennale dei vescovi anglicani, e di convocare un contro-sinodo a Gerusalemme. Certo, i contestatari sono, fino a oggi, meno interessati dall’apertura papale che i fedeli del Traditional Anglican Communion (TAC). Per questo, bisogna seguire l’evoluzione di questa opposizione interna che potrebbe un giorno smentire l’argomento di Küng e preparare, grazie alla costituzione Anglicanorum Coetibus, delle riunioni più importanti.
 
3Ma l’essenziale non c’è. Ciò che non percepisce Hans Küng, è  che questa decisione conferma la natura dell’ ecumenismo di Benedetto XVI. Ciascuno conosce la distinzione classica, stabilita da Max Weber, tra l’etica di convinzione e l’etica di responsabilità. L’etica di convinzione si preoccupa in primo luogo di rispettare dei principi-e, all’estremo, si preoccupa poco di sapere se le azioni effettuate tendono effettivamente alla realizzazione dello scopo ricercato. L’etica di responsabilità, in quanto a essa, si interessa alle conseguenze dell’azione e, in questa misura, è anche un’etica dell’efficacia, meno esaltante ma più pratica.
 
4I gesti di apertura di Benedetto XVI, verso la Fraternità San Pio X o verso gli anglicani, rialzano, mi sembra, un ecumenismo di ragione in opposizione all’ecumenismo di convinzione che caratterizzava di più l’azione del suo predecessore. Questo ecumenismo di ragione impone forse delle decisioni difficili o delle concessioni discutibili. Per questo, il risultato è là: ogni atto di apertura permette di aumentare il numero di cristiani riuniti in seno ad una stessa comunione. Sebbene la parola non sia stata pronunciata, si tratta di un ritorno alla politica di uniatismo che, dal XVI al XVII secolo, ha permesso alla chiesa cattolica di accogliere dei cristiani orientali-greci, della Siria o copti che hanno conservato i loro riti e le loro tradizioni ma sono ritornati nella piena unità ecclesiastica romana.
 
Alla domanda degli ortodossi, l’uniatismo era stato denunciato dalla Dichiarazione di Balamand nel 1993 come un “metodo del passato.” Questo metodo del passato sembra promesso ad un certo avvenire se diventa il segno di fabbrica dell’ecumenismo di ragione. La sua efficacia sembra in ogni caso meglio provata che il progetto di “Commonwealth cattolico” di cui sogna Hans Küng.

Autore : Pierre de Lapérusse
Traduzione : Gabriella Sanzò

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